Questo è certamente uno degli ambienti più celebri di tutto il Palazzo e ne rappresenta quasi l'emblema. In origine, nel 1650, la galleria era di dimensioni inferiori e decorata solo dai quadri e dalle statue di Giovanni Battista Balbi. figlio di Stefano, primo proprietario del Palazzo. L'assetto attuale, di straordinario impatto scenografico, si deve invece a Domenico Parodi (1668-1740) che qui realizzò una delle sue opere più felici e celebrate. Il modello è quello della galleria sei-settecentesca romana, Palazzo Colonna (1665-1675) e Doria Pamphilj e, naturalmente, la Galerie des Glaces di Versailles (1679-1686), modelli tutti, questi ultimi, ingentiliti
nella versione genovese, databile attorno al 1730 dalle proporzioni contenute e dall'estrema eleganza delle soluzioni decorative. Vizi e divinità viziose (Bacco. Venere e Apollo) si contrappongono alle Virtù (Speranza. Temperanza, Fortezza e Carità) nella ricchissima decorazione a fresco commissionata con ogni probabilità da Gerolamo Durazzo: stucchi veri si mutano sotto gli occhi dell'osservatore in quelli dipinti, mentre la pittura finge la scultura, l'oro vero si confonde con quello falso, specchi e luci dilatano lo spazio, allegorie e figure del mito si mescolano a personaggi della storia antica, in una serie di espedienti illusionistici di straordinaria inventiva e varietà. Alla base di tutto, un programma didascalico-moraleggiante di autocelebrazione della famiglia Durazzo, i cui stemmi giganteggiano nella campata centrale. Nel Settecento la galleria fu utilizzata spesso come sala da pranzo di rappresentanza per rendere omaggio ad ospiti prestigiosi e in occasioni di gaIa.